Il nostro Centro ha cominciato la sua
attività del Natale 1982.
Lavoriamo quindi nel campo della tossicodipendenza da un tempo
piuttosto lungo.
Tuttavia, è questa la prima volta che cerchiamo di descrivere in
modo completo la nostra attività. Questo ritardo non è
casuale.
La prima ragione sta nella velocità del nostro cambiamento, che
però dipende dall'evoluzione del fenomeno droga nel nostro
Paese. Siamo già alla quarta o quinta generazione di
tossicodipendenti, con sovrapposizioni stratificazioni, e soprattutto
sono cambiati la percezione sociale e il modo di rapportarsi con le
droghe.
Questo ci ha costretto a confrontarci con i nuovi problemi, ad aprire
nuovi servizi e, soprattutto, a modificare l'idea che il Centro a
dì se stesso.
È infatti più facile dire oggi quello che non siamo,
piuttosto che spiegare il nostro essere, anche se il principio
generativo della nostra storia è rimasto immutato.
Noi non siamo una
comunità. Abbiamo una comunità, anzi ne abbiamo
più di una.
Ma l'idea del luogo tranquillo fuori città, con i ragazzi che
riscoprono i sani valori del lavoro nei campi, non ci appartiene. La
comunità terapeutica è uno strumento, importantissimo ma
non unico e non per tutti. E noi siamo legati fortemente il territorio
e alla città, come luogo della vita degli uomini.
Non siamo una clinica gestita da
professionisti. Certamente, tra di noi professionisti ci sono, la
formazione permanente e curata, sappiamo riflettere criticamente sul
nostro lavoro e interagire quei professionisti pubblici e con
l'università. Ma i nostri professionisti conoscono i propri
limiti e sanno che usare un approccio sanitario verso la
tossicodipendenza pregiudica il risultato, che non è per noi la
guarigione (gli alcolisti anonimi ci hanno insegnato molto su questo
punto) ma l'inserimento in una dinamica positiva di vita con gli altri.
Non siamo neppure un gruppo di volontari.
Di volontari ce ne sono, in tanti; ma i nostri volontari non sono
spaccapietre o portatori d'acqua per altri, sono ormai capaci di
gestire con professionalità e piena responsabilità
servizi complessi. Se ci immaginiamo il volontario tutto cuore
generosità, contrapposto al professionista che sa fare meglio,
perché ha studiato, non riusciremo capire il nostro Centro, nel
quale professionisti hanno imparato a rispettare la
professionalità del volontario, a sua capacità di
ottenere risultati che altrimenti sarebbero irraggiungibili.
Siamo sempre meno esclusivamente un centro di recupero per
tossicodipendenti. Abbiamo sviluppato altre attività, di
prevenzione, l'inserimento lavorativo per stranieri, di cooperazione
femminile, di formazione. Certamente, la tossicodipendenza il punto
estremo, nel quale si concentrano e si rivelano i meccanismi
autodistruttivi e di emarginazione, che però sono all'opera
anche altrove con altri esiti. Per questo noi pensiamo, non di sapere
tutto, ma di poter dare qualcosa a tutti.
Ed è sano, per noi, non chiuderci
un ghetto, che potrebbe sviluppare false identità. Infatti il
tossicodipendente è prima di tutto un Uomo, non un
marziano. Una volta, egli faceva di tutto per sottolineare la propria
diversità e così veniva percepito. Se egli è un
uomo, ha il diritto e la possibilità di recuperare la
dignità di una vita intesa come progetto, crescita, incontro con
altri uomini.
Oggi però si sta diffondendo
l'idea, ancora non confessata davanti ad un pubblico troppo largo, che
si può essere uomini anche se si usano droghe, almeno certe
droghe e in quantità controllate.
Dopotutto, si lavora, ci si diverte, si vive in
famiglia come gli altri anche se si un po' più trasgressivi. E
poi, chi ha detto che tutte le droghe fanno male? Fanno male se se ne
abusa, ma un abuso saltuario, o in determinate occasioni, purché
non si tratti di siringhe, è al massimo un peccato veniale.
Cerchiamo di fermarci e di non andare oltre.
La nostra idea è invece che non si deve guardare alla droga, ai
suoi effetti, ai vari tipi, alle conseguenze psicofisiche, ma al centro
ci deve essere l'uomo. L'uomo che assume droghe si è fermato, ha
paura di crescere, sta rinunciando a pezzi della sua vita, sta
falsificando le sue relazioni, a cominciare da quelle familiari.
Le droghe gli servono per curare le sue ansie e supplire alle sue
incapacità, vere o presunte. Ma pian piano, esse diventano
sempre più centrali nella sua vita, sempre meno mezzo e sempre
più scopo. La dipendenza si aggrava fino a diventare totale e ad
assorbire ogni energia e ogni risorsa e ogni dignità.
Per questa ragione, al centro della nostra identità sta concetto
di territorio. Ciascuno di noi vive in una comunità viva, fatta
non solo di persone, ma di tradizioni, di valori, di istituzioni, di
cultura, di utopie; e anche di limiti e di cadute. Il tossicodipendente
diventa progressivamente un parassita del territorio, lo sfrutta, gli
toglie energie vitali, gli rifiuta il proprio contributo. Ecco, noi
vorremmo essere un luogo nel quale le energie di una comunità
locali si riattivano, e le stesse persone entrate nella sofferenza
della droga, i ragazzi e le loro famiglie, diventano protagonisti,
tanto più preziosi per l'energia di chi ha sperimentato che
poteva perdere tutto e ora riscopre il significato e la bellezza di
ogni cosa.
Siamo dunque una struttura di
servizio, che molti incontrano, principalmente per la
sofferenza legata alla droga. Alcuni rimangono per tempi più
brevi, altre per periodi più lunghi, ciascuno secondo un
progetto da costruire con altri. Noi non vogliamo trasformarci un
movimento religioso politico e neppure culturale: da questo punto di
vista, non la non confessionalità è per noi un valore
positivo. Ma, chi ci incontra, viene aiutato a riattivare la propria
ricerca personale, per costruire la propria risposta alla domanda
spirituale, l'unica che conta, io chi sono?, Chi è l'uomo?.
Alla comunità locale noi siamo molto utili. Qualche volta
scomodi, perché ricordiamo realtà che si preferirebbero
mettere sotto il tappeto. Ma chi ha vissuto la solitudine, e ha riavuto
la vita, come dono e incontro, può contribuire a costruire una
comunità che non sia l'equilibrio degli egoismi, ma un luogo di
appartenenza e di crescita.
Don Giuseppe Dossetti - presidente